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Sgarbi: io, la cucina, Eataly e l’arte

Dopo pochi secondi squilla il telefono, è di nuovo Vittorio Sgarbi: «Mi ero dimenticato una cosa. Vorrei ricordare anche la “Corte Scanarola” di Ro Ferrarese, un ristorante dove mi sono sempre trovato molto bene, il preferito dei miei genitori». Prendiamo nota: si tratta di un bell’agriturismo dalle pareti in mattoni, ideale per carnivori; uno di quei posti dove ci sia alza sazi dal tavolo e la materia prima è eccellente. Un indirizzo fuori dal gotha della ristorazione italiana, ma il critico d’arte lo aveva premesso: «Non sono un appassionato di cucina, non ho mai dato particolare importanza a quanto mangio», se non relativamente al legame che un alimento può avere con l’arte. Perché una cosa sottolinea, Sgarbi: il cibo è cultura, è espressione del suo territorio. E la produzione agroalimentare italiana d’eccellenza può essere vista come un riflesso di quella artistica, in un percorso parallelo che proprio Sgarbi ha sottolineato in passato («Cibo e arte insieme per valorizzare l’Italia», ha esortato) e che metterà in luce ulteriormente a Expo 2015, come curatore della mostra che durante tutti i sei mesi verrà ospitata dal “padiglione Eataly”, all’interno dell’Esposizione: sotto, i 20 ristorantini regionali che terranno alta la bandiera della ristorazione italiana di territorio; sopra, le 250 opere d’arte scelte tra i capolavori meno conosciuti di grandi autori italiani, da Donatello a Piero della Francesca, da Lorenzo Lotto ad Antonio Canova. E a margine ci sarà spazio anche per 25 artisti contemporanei, uno per area regionale (dividendo Friuli da Venezia Giulia, Emilia da Romagna e così via): «Opere di qualità. Quando Oscar Farinetti ha visto quelle di Enrico Robusti, ha voluto subito comprarne un paio…».

Tra Sgarbi e Farinetti si è stabilito un bel legame, emerso chiaramente anche in recenti dibattiti televisivi. «Cosa mi piace di lui? Il fatto che sia “il Silvio Berlusconi mancato”, ossia quello che avremmo voluto. Non sto parlando di destra o sinistra, ma di energia positiva, di passione per l’Italia. Oscar si occupa non solo di cibo, ma anche dei valori che questo porta con sé. E’ un profeta, predica la valorizzazione del nostro Paese almeno quanto i Marco Travaglio ne mettono tetramente in luce solo gli aspetti negativi». C’è dunque una condivisione che è sfociata in amicizia, com’era già accaduto con Carlin Petrini, «la sua idea di salvare i prodotti agroalimentari italiani è uno spunto anche per chi, come me, punta alla tutela del patrimonio paesaggistico. Abbiamo Slow Food, servirebbe Slow Art».

Vittorio Sgarbi e Oscar Farinetti all'inaugurazione di Eataly Milano Smeraldo

Bello e buono, dunque. Simbiosi perfetta che torna nelle riflessioni del critico: «Eataly è la vetrina del buono del nostro Paese; Eataly a Expo sarà anche il luogo del bello, grazie alle opere che ho selezionato, e si contrapporrà così all’orrore di un’Esposizione concepita da quegli ignoranti che la stanno curando, i Balich, le Bracco, senza che sia stato previsto uno specifico spazio per l’arte, come se fossimo in Namibia invece che in Italia. Ho spiegato questa assurdità a Farinetti e ci siamo subito capiti, in 5 minuti si è trovato l’accordo».

Non sarà l’unico evento che ha fatto incontrare Sgarbi e Eataly. Il 16 aprile all’Eataly Ostiense di Roma si è tenuto “Il Rinascimento a Tavola”, una serata che ha fatto rivivere gli antichi fasti di un convivio d’epoca attraverso leccornie cucinate dello chef Lucio Pompili, patron del ristorante “Symposium” di Cartoceto (Pu): Tortelletti di marzapane, Menestra de legumi infranti, Fegatelli avvolti in rete e arrostiti allo spiedo e così via. Ospite d'onore è stato appunto Sgarbi, che ha raccontato il rapporto tra cibo e arte nella corte rinascimentale urbinate.

Il critico d'arte Vittorio Sgarbi

Una narrazione probabilmente non troppo dissimile da quella che avrebbe potuto fare focalizzando sulla sua Ferrara e la splendida corte degli Estensi. Nulla da invidiare anche a livello di tradizione gastronomica: «Verissimo, l’Emilia Romagna è un luogo di delizie supreme. Sono stato fortunato perché sono abituato a cibi saporiti, pur non curandomene particolarmente, proprio perché da noi il buono è diffuso, è un dono nel quale è facile incappare. Penso alla coppia, il pane ferrarese che campeggia anche su un olio di De Chirico, “I saluti dell’amico lontano”. O alla salama da sugo, al salame agliato, ai tortellini… Proprio alla corte estense operò Cristoforo di Messisbugo, autore di un primo, fondamentale testo di cucina, “Banchetti composizione di vivande e apparecchio generale”, pietra miliare nella storia della gastronomia europea del Rinascimento.

Ma quale cucina piace a Sgarbi? Quali ristoranti frequenta? «Amo i locali dove, al di là della bontà delle vivande, si sia affascinati anche dalla scenografia. Vado così volentieri alla “Ambasciata” di Quistello, nel Mantovano (storico locale dei fratelli Tamani, ndr), indirizzo di sfarzo teatrale. Altrettanto genuino, anche se con un’ambientazione meno rinascimentale è il locale di Massimo Spigaroli, “Antica Corte Pallavicina”, a Polesine Parmense. Frequento di tanto in tanto alcune buone osterie, come “La Sangiovesa” a Santarcangelo di Romagna. E mi piace molto il “Picciolo di Rame”, nel borgo di Vestignano, Comune di Caldarola (Macerata): una sola stanza dove viene servito cibo medioevale». L’elenco parrebbe terminato, si passa ai saluti. Poi il telefono squilla nuovamente…

Carlo Passera

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