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Dolcetto o Barbera: le differenze tra i due vini

Fondata da Slow Food nel cuore delle Langhe, l'Università di scienze gastronomiche di Pollenzo attrae studenti da decine di Paesi del mondo, interessati a un modello educativo unico. Alcuni di questi ragazzi hanno deciso di offrire a Eataly il loro punto di vista sul cibo e sulle tradizioni italiane, scrivendo alcuni articoli originali per Eataly Magazine. Questo contributo arriva da Matthew Hirsch, statunitense, che ci ha raccontato la sua personale sfida tra Barbera e Dolcetto.

Le differenze tra Barbera e Dolcetto

Quando si tratta di vini rossi piemontesi, il Nebbiolo - l'uva dei pregiati Barolo e Barbaresco, così come altri grandi vini D.O.C. delle Langhe e Roero – è il protagonista indiscusso. Ma come tutte le cose belle, che vogliamo ma non possiamo sempre avere, la produzione e il consumo di Nebbiolo richiedono tempo, pazienza e tasche bucate.

Barbera e Dolcetto, i prìncipi del Piemonte

Fortunatamente, per quelli che cercano un vino per tutti i giorni (o per quelli che vogliono bersi un buon bicchiere nell’attesa che il Barolo decanti), le tonde colline del Piemonte hanno molto altro da offrire. Se il Nebbiolo profumato è considerato il re dei rossi nel nord-ovest d’Italia, possiamo dire che Barbera e Dolcetto sono i principi della regione.
William o Harry? Venus o Serena? Come tutti i grandi rivali, la scelta tra i due si riduce alla semplice preferenza tra gusto deciso e maestoso e gusto giovane e vivace. Forse il modo migliore per incoronare il vincitore è assaggiarli entrambi, nel modo in cui tradizionalmente si degustano i vini - cominciando da quello che vediamo, spostandoci poi su quello che sentiamo, fino ad arrivare al gusto.
Barbera vs Dolcetto

Round 1: quello che vedi è ciò che ottieni

L’aspetto di un vino merita tutta la nostra attenzione, non solo perché è un indice di cosa aspettarsi in termini di invecchiamento e corpo, ma anche perché la sola vista è un'opera d'arte. Nel bicchiere, i vini rossi del Piemonte ci offrono uno spettro di colori senza eguali, che passa dal color mattone arancione-rosso del Nebbiolo invecchiato, fino al colore del crepuscolo profondo della Barbera. Tuttavia, a parer mio, non c’è nulla di meglio che portare alla luce un Dolcetto giovane, e dargli un buon giro nel bicchiere: non esiste un altro viola così vivace, luminoso e abbagliante. Se non mi piacesse così tanto berlo, potrei stare a fissarlo tutto il giorno. Incontaminato dall'opacità legata al legno e all'invecchiamento, il colore del Dolcetto è il primo segno di quanto possa essere esuberante e divertente questo vino!

VINCITORE DEL ROUND: DOLCETTO
Barbera vs Dolcetto

Round 2: dipende tutto dal naso

I profumi di Barbera e Dolcetto sono chiaramente diretti. Il primo, al pari del suo colore profondo, spesso presenta un bouquet (termine presente nel nostro dizionario del vino) complesso, ricco di frutti rossi e neri. Note di ciliegia, ribes e crostata di frutti di bosco escono dal bicchiere, accompagnate da colpi non troppo leggeri di foglie secche, spezie, legno e vaniglia, legati all'invecchiamento in botti di rovere. Tutti questi profumi, che gareggiano fra di loro, portano a un naso combattuto dall'energia della crudezza che si rivela travolgente. L’invecchiamento in legno ha infatti effetti profondi sulla Barbera, che perde freschezza e rotondità, dando più spazio alle caratteristiche più pesanti e serie. Il Dolcetto invece, pur avendo anche lui note di ciliegia, si caratterizza per lo spazio che lascia a un’esperienza olfattiva a cavallo fra il dolce e l’amaro. Si sente la forte presenza di lampone e mirtillo, molta viola e l’insolita ma invitante nota di marzapane. Bisogna rispettare un vino che al naso è vivo come alla vista

VINCITORE DEL ROUND: DOLCETTO
Barbera vs Dolcetto

Round 3: il momento dell'assaggio

Il confronto fra questi due vini è davvero divertente, perché si completano l’un l’altro in maniera quasi perfetta. Entrambi sono leggeri e mediamente corposi, poveri in tannino, vanno bevuti giovani; le differenze principali sono l’acidità netta della Barbera e il modo in cui il legno incide sulle due varietà di uva. Anche se il nome del Dolcetto sta ad indicare qualcosa di dolce, si tratta di un nome che può trarre in inganno: il vino, come la Barbera, è ricco in frutta, ma è sempre secco.

Gran parte delle ragioni per cui amo il Dolcetto sono legate al semplice piacere di berlo. A dispetto di tante altre varietà d’uva piemontesi, che son così tanto legate alla presenza di cibo, l’audace freschezza del Dolcetto lo rende perfetto per una serata tranquilla sul divano. Tuttavia anche abbinato ai pasti il Dolcetto riesce a essere sorprendentemente versatile. Tanti dicono che sia il partner ideale per alcuni piatti simbolo dell’Italia, come la parmigiana di melanzane, la pizza e la pasta con sughi rossi (scopri 10 ricette di pasta sfiziose!), ma io credo che la Barbera sia meglio accanto a questi piatti. Il Dolcetto si sposa meravigliosamente con alcuni piatti della tradizione piemontese, come la carne cruda, la salsiccia di Bra, la faraona e il coniglio in agrodolce, anche se è altrettanto buono assieme a piatti legati al mare, come le acciughe in verde e il vitello tonnato (vuoi conoscere 10 abbinamenti originali tra cibo e vino?). È una vera delizia anche con i tartufi bianchi (conosci le razze di cani che li raccolgono? E sai già come usare e pulire il tartufo?).

VINCITORE DEL ROUND: DOLCETTO

Il verdetto finale

Sia in Italia che all’estero, viene prestato molto più rispetto e attenzione alla Barbera. Forse perché ha un nome più simile al Barbaresco? O forse perché la maggiore profondità, il colore tradizionale e lo stile classico sono più simili alle famose varietà internazionali come Merlot e Syrah? Qualunque sia il motivo, io sono dalla parte del Dolcetto, che non si sforza di essere serio e stilisticamente rigido, ma si mostra semplice e felicemente da bere subito.

matthew hirsch

Mathew Hirsch, USA
Studente del Master of Gastronomy, Università di Scienze Gastronomiche, Italia

Matthew arriva da New York e prima di studiare all’Università di Pollenzo ha gestito ristoranti per otto anni, nella sua città natale e a Sydney. Ama scoprire nuovi, eccitanti e inaspettati sapori.

 

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